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Gli Anni Settanta (1970-1979): Il Calcio Totale di Luís Vinício e la Coreografia del Cuore

Il quinto capitolo del Centenario ci porta negli anni della rivoluzione. Mentre il mondo cambia marcia tra radio libere e pantaloni a zampa, il Napoli scopre la modernità calcistica. Con il ritorno di Luís Vinício in panchina, Fuorigrotta si innamora del “calcio totale” all’olandese. È l’era del record di abbonamenti, della seconda Coppa Italia e del mito di Beppe Bruscolotti, per tutti “Pal’ ‘e fierro”.

Se gli anni Sessanta erano stati l’epoca dei colpi di teatro e del romanticismo un po’ fatalista, gli anni Settanta rappresentano per il Napoli il decennio dell’avanguardia. La città vive una stagione di enorme fermento culturale e musicale (sono gli anni del Neapolitan Power di Pino Daniele e dei Napoli Centrale), e il San Paolo si trasforma in un catino ribollente di passione organizzata. Nascono i primi storici gruppi ultrà, e il tifo diventa una coreografia del cuore che stupisce l’Europa.

A dare un’identità rivoluzionaria a questo popolo sul rettangolo verde ci pensa un vecchio amico che a Napoli aveva già ruggito da leone.

1973: La rivoluzione di “’O Lione” sulla panchina azzurra

Nel 1973 il presidente Corrado Ferlaino affida la panchina a Luís Vinício. Da calciatore era stato un centravanti implacabile, da allenatore si rivela un visionario. Folgorato dal gioco espresso dall’Olanda di Johan Cruijff, Vinício decide di importare a Napoli il “calcio totale”: marcatura a zona, pressing alto, terzini che attaccano e raddoppi continui.

In un’Italia calcistica ancora dominata dal catenaccio difensivo, il Napoli di Vinício è un UFO. La squadra gioca a memoria, diverte e si diverte. Il San Paolo diventa lo stadio più spettacolare del paese. Trascinati dalle geometrie di Andrea Rampanti e dalla classe dell’ala svedese Hasse Jeppson (un altro svedese d’oro, Kurt Hamrin, aveva appena salutato), gli azzurri giocano un calcio celestiale.

1975: Lo Scudetto sfiorato e il gol del “Core ‘ngrato”

Il capolavoro tattico di Vinício si compie nella stagione 1974/75. Il Napoli vola, trascinato dai gol del brasiliano Sergio Clerici, soprannominato il Gringo, un centravanti moderno che apre gli spazi e punisce i portieri avversari, e dalle giocate del fantasista Giorgio Braglia.

Il Napoli si gioca lo Scudetto faccia a faccia con la Juventus. Il 6 aprile 1975, allo Stadio Comunale di Torino, va in scena la partita del secolo. Il Napoli domina il gioco, ma a pochi minuti dalla fine, sul punteggio di 1-1, accade il dramma sportivo: entra in campo l’ex idolo José Altafini, proprio lui, e con un colpo di testa fulmineo segna il 2-1 per i bianconeri. La Juventus vince la partita e, successivamente, il campionato per soli due punti. A Napoli resta l’amarezza per un sogno accarezzato, ma anche l’orgoglio di aver mostrato il calcio più bello d’Italia. Da quella notte, Altafini sarà per sempre “Core ‘ngrato”.

1976: La Seconda Coppa Italia e il trionfo internazionale

Il riscatto per i ragazzi di Vinício non tarda ad arrivare. Nella stagione successiva, il Napoli concentra le sue forze nelle coppe. Il 29 giugno 1976, in un Olimpico di Roma colorato interamente d’azzurro, il Napoli schianta l’Hellas Verona per 4-0 nella finale di Coppa Italia, conquistando il secondo trofeo nazionale della sua storia. A sbloccare il match è un autogol di Ginulfi, seguito dalle reti di Braglia, Savoldi e l’idolo locale targato Napoli.

Pochi mesi dopo, nel settembre del 1976, il Napoli scrive una pagina storica anche in campo internazionale. Nella doppia finale della Coppa di Lega Italo-Inglese, gli azzurri affrontano il Southampton: dopo aver perso 1-0 in Inghilterra, al San Paolo il Napoli ribalta tutto con un leggendario 4-0, alzando al cielo il suo primo trofeo europeo.

Savoldi (Mister Miliardo) e la leggenda di “Pal’ ‘e fierro”

Gli anni Settanta sono anche gli anni dei record economici. Nel 1975, Ferlaino sbalordisce il mercato acquistando dal Bologna il centravanti Giuseppe Savoldi per la cifra record di due miliardi di lire complessivi (tra contanti e contropartite). I giornali lo ribattezzano “Mister Miliardo”. Savoldi ripaga l’investimento segnando gol a grappoli e diventando un pilastro dell’attacco.

Beppe Bruscolotti

Ma il vero simbolo di quel Napoli, l’anima operaia e indistruttibile della squadra, è un ragazzo di Frattamaggiore: Beppe Bruscolotti. Difensore vecchio stampo, insuperabile nell’uno contro uno, Bruscolotti viene ribattezzato dai tifosi “Pal’ ‘e fierro” (Palo di ferro) per la sua strabiliante forza fisica. Capitano e leader indiscusso, Bruscolotti incarna la grinta di un popolo che non si arrende mai, stabilendo il record assoluto di presenze in maglia azzurra (saranno 511 totali a fine carriera).

L’eredità degli anni Settanta

Il decennio si chiude nel 1979 con un Napoli solido, rispettato e stabilmente ai vertici del calcio italiano. Gli anni Settanta hanno regalato a Fuorigrotta la bellezza della modernità tattica e la gioia di nuovi trofei in bacheca. La macchina organizzativa del tifo è ormai la più calorosa d’Europa. Il palcoscenico è maturo, il pubblico è pronto. Manca solo l’ultimo, definitivo salto di qualità. E gli anni Ottanta stanno per portare con sé un vento argentino destinato a cambiare la storia del calcio per sempre.

Nel prossimo articolo: Gli Anni Ottanta (1980-1989): L’avvento di D10S, il 5 luglio 1984, l’estasi del primo storico Scudetto, la Coppa UEFA e la notte in cui Napoli divenne la capitale del calcio mondiale.

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