Questo sito fa parte del network del Gruppo Mondo Media e contribuisce alla audience editoriale del magazine online MondoUomo.it.

Il Napoli degli Anni Duemila (2000-2009): Dall’Inferno della C al Rinascimento di De Laurentiis

L’ottavo capitolo del Centenario ci catapulta sulle montagne russe della nostra memoria. Gli anni Duemila contengono il punto più basso e la rinascita più bella dell’intero secolo azzurro. Nel 2004 il Napoli muore sui banchi di un tribunale, ma dalle sue ceneri nasce l’era visionaria di Aurelio De Laurentiis. Dai campi di terra della Serie C alle notti di Fuorigrotta che tornano a tremare per i gol di Lavezzi e Hamšík: cronaca di una resurrezione.

Se gli anni Novanta erano stati il decennio della malinconia e della caduta libera, gli anni Duemila si aprono con il fiato sospeso. Il Napoli è un gigante d’argilla, intrappolato in debiti stratosferici e gestioni societarie confuse (dall’era Ferlaino-Corbelli al breve interregno di Naldi). La squadra fa l’altalena: conquista una fugace promozione in Serie A nel 2000 con Novellino, per poi retrocedere immediatamente l’anno successivo.

La città assiste impotente al logoramento del suo simbolo più grande. Fino all’estate del 2004, quando il sipario cala nel modo più drammatico.

Agosto 2004: Il Fallimento e la notte più buia

Il 30 luglio 2004, il Tribunale Civile di Napoli decreta ufficialmente il fallimento della Società Sportiva Calcio Napoli. Per la prima volta dal 1926, la squadra della città non esiste più. Cancellata dai quadri federali, privata del titolo sportivo, della sede storica di Soccavo e persino del suo nome.

In quel momento di smarrimento totale, mentre i tifosi piangono la fine di una storia d’amore lunga 78 anni, un produttore cinematografico romano ma di radici profondamente campane decide di cambiare la sceneggiatura del calcio italiano: Aurelio De Laurentiis.

foto Image
nella foto: Aurelio De Laurentiis

Rilevato il titolo dalle ceneri del tribunale, il 6 settembre 2004 fonda la Napoli Soccer. Il club viene iscritto al campionato di Serie C1. Non ci sono palloni, non ci sono maglie, non c’è una rosa di calciatori. C’è solo una data d’inizio e un popolo che si rifiuta di abbandonare la propria fede.

I campi di polvere e l’orgoglio dei 50.000 in Serie C

Il debutto in Serie C1 è uno shock culturale. Il Napoli si ritrova a giocare a Martina Franca, a Lanciano, a Gela. Campi piccoli, caldi, spesso polverosi. La squadra, assemblata in pochi giorni dal direttore generale Pierpaolo Marino e affidata prima a Ventura e poi a Edy Reja, diventa il bersaglio di ogni avversario in cerca della partita della vita.

Ma è proprio in questo inferno di provincia che si consuma il miracolo sociale più bello. Il popolo azzurro non si vergogna della categoria; al contrario, la rivendica con orgoglio. Il 26 settembre 2004, per una partita di terza serie contro il Cittadella, lo Stadio San Paolo registra oltre 50.000 spettatori. Un record assoluto nella storia delle categorie inferiori europee.

Il simbolo di quella purificazione nei campi di periferia è Emanuele Calaiò, ribattezzato “L’Arciere” per il suo modo di esultare mimando il lancio di una freccia. Con i suoi gol pesantissimi, Calaiò trascina il Napoli fuori dalle sabbie mobili della C nel 2006, restituendo dignità ai colori azzurri.

La doppia promozione e il ritorno in Serie A

Ottenuto il ritorno in Serie B e riacquistata la denominazione storica di S.S.C. Napoli, il club di De Laurentiis non si ferma. La stagione 2006/07 è una delle Serie B più difficili e affascinanti di sempre, a causa della presenza di Juventus (retrocessa per Calciopoli) e Genoa.

Il Napoli di Edy Reja gioca un calcio solido, operaio, guidato in campo dal capitano Francesco Montervino, dai polmoni di Bogliacino e dalle parate di Gennaro Iezzo. Il 10 giugno 2007, sul campo del Genoa, finisce 0-0. È il risultato perfetto: Genoa e Napoli vengono promosse a braccetto nella massima serie. Dopo sei anni d’inferno e fallimenti, il Napoli è tornato a casa. La Serie A riabbraccia la sua piazza più calda.

2007-2009: Scugnizzi terrestri ed eroi moderni: Lavezzi e Hamšík

Il ritorno in Serie A non è una semplice passerella. Pierpaolo Marino mette a segno due colpi di mercato che cambieranno il volto del club per i successivi dieci anni: acquista uno sconosciuto centrocampista slovacco con la cresta, Marek Hamšík, e un anarchico e fulmineo attaccante argentino, Ezequiel Lavezzi, detto ‘O Pocho.

Lavezzi, con le sue accelerate devastanti e la sua grinta da scugnizzo, riaccende la fantasia dei tifosi, ricordando da vicino (fatte le debite proporzioni) l’anima argentina che aveva fatto grande il club. Hamšík mostra da subito la classe e l’inserimento dei grandissimi centrocampisti europei.

Il Napoli del ritorno in A è una matricola terribile: schianta la Juventus al San Paolo (3-1 con doppietta di Domizzi), batte il Milan ed esprime un entusiasmo contagioso. Già nel 2008, classificandosi ottavo, il Napoli conquista l’accesso alla Coppa Intertoto e successivamente alla Coppa UEFA. Il passaporto azzurro torna a essere timbrato dopo 14 anni d’attesa.

L’eredità degli anni Duemila

Il decennio si chiude nel 2009 con l’arrivo in panchina di Walter Mazzarri, l’uomo che getterà le basi per il definitivo salto di qualità. Gli anni Duemila hanno dimostrato al mondo che il Napoli è un’entità indistruttibile. Si può far fallire una società, ma non si può far fallire l’amore di una città. Dalla polvere della Serie C alla luce dell’Europa, il Napoli ha completato la sua ricostruzione. La rinascita era compiuta, ora era tempo di tornare a vincere.

Nel prossimo articolo: Gli Anni Dieci (2010-2019): La favola dei Tre Tenori, la notte della Champions al San Paolo, i trofei di Benitez e il calcio celestiale del “Sarrismo” dei 91 punti.

One thought on “Il Napoli degli Anni Duemila (2000-2009): Dall’Inferno della C al Rinascimento di De Laurentiis

Lascia un commento Annulla risposta

error: Content is protected !!
Exit mobile version