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Gli Anni Venti e Trenta: La Fondazione e il Primo Re (1926-1939)

Il nostro viaggio nei 100 anni del Napoli comincia qui, dove tutto ha avuto inizio. Tra i fumi dei salotti industriali e i campi polverosi di un calcio pionieristico, nasceva l’Associazione Calcio Napoli. Quella fondazione era l‘era del presidente Ascarelli, del leggendario Attila Sallustro e di una passione che ha sfidato persino la sfortuna.

Per capire cosa sia il Napoli oggi, bisogna riavvolgere il nastro del tempo di esattamente un secolo. Bisogna tornare a una Napoli in bianco e nero, un po’ Liberty e un po’ popolare, dove il calcio era ancora una questione per pochi appassionati divisi in piccole realtà locali: l’Internaples e il Naples Football Club.

Fino a quel giovedì d’estate che cambiò la storia della città.

1° Agosto 1926: L’intuizione di Giorgio Ascarelli

Non c’erano i riflettori, non c’erano le dirette TV. C’era però la visione di un uomo straordinario: Giorgio Ascarelli. Giovane e colto industriale tessile di origine ebraica, Ascarelli capì prima di tutti che Napoli aveva bisogno di un’unica, grande squadra per competere con i colossi del Nord.

Il 1° agosto 1926, l’assemblea dei soci dell’Internaples deliberò il cambio di nome. Nacque l’Associazione Calcio Napoli. Ascarelli assunse la presidenza e scelse come colore sociale l’azzurro, il riflesso del nostro mare, abbandonando le vecchie strisce verticali celesti e nere.

“Il nostro colore è l’azzurro, perché azzurro è il cielo di questa città e azzurro è il mare che la bagna”

Purtroppo, il destino fu crudele con il fondatore: Ascarelli morì improvvisamente nel 1930, a soli 35 anni, pochi giorni dopo aver inaugurato a sue spese il primo vero stadio del Napoli al Rione Luzzatti (il “Vesuvio”, poi ribattezzato Stadio Giorgio Ascarelli).

Dal Cavallino Rampante al “Ciuccio”: Tutta colpa di quel primo anno

L’inizio del Napoli fu drammatico dal punto di vista sportivo. Nel campionato 1926/27, inserito nel girone con le corazzate del Nord, il Napoli collezionò un solo punto in tutto il torneo.

Lo stemma originario della squadra presentava un fiero Cavallino Rampante su sfondo azzurro. Ma dopo quella striscia impressionante di sconfitte, l’ironia napoletana prese il sopravvento. Al bar “Regina” di via Toledo, i tifosi amareggiati sentenziarono: “Ma quale cavallo rampante? Chisto me pare ‘o ciuccio ‘e Pappone, trentatré piaghe e ‘a coda fraceta!” (Il cavallo di Pappone, pieno di piaghe e con la coda marcia).

L’autoironia divenne leggenda: da quel momento, l’asino divenne ufficialmente la mascotte scaramantica del club. E la fortuna girò. Riammesso in Prima Divisione per meriti territoriali, il Napoli non guardò più indietro.

Attila Sallustro: Il primo “Re” di Napoli

Se gli anni ’30 sono stati gli anni del consolidamento del Napoli nell’élite del calcio italiano, il merito è soprattutto di un uomo: Attila Sallustro.

Nato ad Asunción da genitori napoletani e cresciuto calcisticamente a Fuorigrotta, Sallustro era il prototipo del divo d’altri tempi. Fisico scultoreo, velocità devastante e un senso del gol pazzesco. Soprannominato “Il Veltro”, Sallustro divenne un idolo assoluto della città.

Ma c’era di più: provenendo da una famiglia facoltosa, Sallustro rifiutò sempre di percepire uno stipendio dal Napoli, giocando solo per amore della maglia e della sua città d’origine (la società gli regalò, come riconoscimento, una lussuosa vettura Fiat 508 Balilla). Con i suoi 108 gol totali, rimarrà il massimo marcatore della storia azzurra per oltre mezzo secolo, fino all’avvento di un certo Diego Armando Maradona.

L’Era Garbutt e i primi brividi d’Europa

Nel 1929 arrivò in panchina William Garbutt, l’allenatore inglese che portò la cultura del professionismo a Napoli (è da lui che nasce il termine “Mister” nel calcio italiano). Sotto la sua guida tecnica, e grazie ai gol di Sallustro e del brasiliano Antonio Vojak (un formidabile interno di centrocampo), il Napoli degli anni ’30 divenne una certezza.

Nelle stagioni 1932/33 e 1933/34, il Napoli conquistò per due volte consecutive il terzo posto in Serie A, sfiorando lo Scudetto e guadagnandosi l’accesso alla Coppa dell’Europa Centrale (la Mitropa Cup), la prima storica ribalta internazionale per i colori azzurri.

L’eredità di quel primo decennio

Gli anni venti e trenta si chiusero con il Napoli stabilmente inserito tra le grandi del calcio italiano, nonostante le prime nubi della guerra all’orizzonte e l’addio dei suoi pionieri. Quei primi 13 anni avevano cementato qualcosa di indistruttibile: il legame viscerale tra la squadra e il suo popolo. Il seme del mito era stato piantato.

Nel prossimo articolo: Gli Anni Quaranta (1940-1949): Il calcio sotto le bombe, la distruzione dello stadio e la faticosa ricostruzione dell’orgoglio azzurro.

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