Il terzo capitolo del Centenario ci proietta negli anni della Dolce Vita partenopea. È il decennio dei colpi di mercato da record del “Comandante” Achille Lauro, delle sfilate di campioni internazionali e di un entusiasmo così travolgente da far crollare i cancelli dello Stadio del Vomero. Un’epopea indimenticabile che si chiude con la nascita del nostro tempio: lo Stadio San Paolo, oggi Maradona.
Se gli anni Quaranta erano stati gli anni della fame, del fango e della ricostruzione, gli anni Cinquanta sono per il Napoli il decennio dello sfarzo, delle grandi navi e dei sogni miliardari. La città si risveglia con una voglia matta di riscatto e di grandezza, trovando il suo perfetto interprete in un uomo che legherà indissolubilmente il suo nome alla storia di Napoli: Achille Lauro.
Armatore di successo, sindaco della città e presidente del club, il “Comandante” intuisce prima di tutti il potere politico e sociale del calcio. Il suo obiettivo è chiaro: portare il Napoli sul tetto d’Italia a suon di milioni.
1950: Il ritorno in A e la firma di “Monzeglio il saggio”
Il decennio si apre nel migliore dei modi. Sotto la guida tecnica di Eraldo Monzeglio, ex campione del mondo con l’Italia di Pozzo, il Napoli stravince il campionato di Serie B 1949/50 e torna trionfalmente in Serie A.
Monzeglio costruisce una squadra solida, quadrata, capace non solo di salvarsi, ma di stupire l’Italia intera. Nel campionato 1951/52, il Napoli conquista un clamoroso sesto posto, trascinato dalle parate del “gatto magico” Bepi Casari e dai gol dell’attaccante Naim Krieziu. Ma la piazza è esigente, e il Comandante Lauro vuole di più. Vuole le stelle.
1952: Arriva “O’ Lione”, il primo brivido svedese e la follia del Vomero
Nell’estate del 1952, Achille Lauro mette a segno il primo grande colpo planetario della storia azzurra: acquista per la cifra astronomica di 105 milioni di lire lo svedese Hasse Jeppson, centravanti d’area soprannominato “Banco di Napoli” per quanto era costato. Per far capire la portata dell’acquisto, i tifosi, ironizzando sulla cifra, quando Jeppson cadeva in campo urlavano: “Attento, che cadono cento milioni!”.

Accanto a Jeppson, nel 1955 arriva a Napoli un giovane brasiliano destinato a diventare leggenda: Luís Vinício, per tutti ‘O Lione. Attaccante potente, carismatico, dalla potenza devastante. La coppia Jeppson-Vinício fa impazzire la difesa di tutta Italia.
In quegli anni, il Napoli gioca allo Stadio del Vomero (l’attuale Arturo Collana). L’impianto collinare, però, è troppo piccolo per contenere la passione del popolo azzurro. Si registrano domeniche storiche in cui si assiepano sui gradoni oltre 40mila persone: la gente si arrampica sugli alberi, sui tetti delle case adiacenti, e in un Napoli-Juventus del 1955 i cancelli cedono sotto la pressione della folla, costringendo i tifosi a sedersi a ridosso della linea di fallo laterale. Napoli ha bisogno di una nuova casa.
1958: La “Regina di Saba” e il quarto posto
Il Napoli del Comandante continua a regalare colpi di teatro. Nel 1958 sbarca all’ombra del Vesuvio l’estroso fuoriclasse italo-brasiliano Emanuele Del Vecchio, seguito dal fantasista Pesaola, detto il Petisso.
Nella stagione 1957/58, la squadra esprime un calcio spettacolare e conquista il quarto posto in Serie A, qualificandosi per la prima volta alla Coppa delle Fiere. È un Napoli pazzo, capace di battere la Juventus del “Trio Magico” (Sivori, Charles, Boniperti) per 4-3 in una notte d’aprile rimasta scolpita nella memoria dei nonni azzurri.
6 dicembre 1959: Nasce il gigante di Fuorigrotta
Il decennio si chiude con l’evento architettonico e sociale più importante della storia del club. Lo Stadio del Vomero non è più proponibile. Il Comune di Napoli avvia così la costruzione di un impianto maestoso nel quartiere di Fuorigrotta.
Il 6 dicembre 1959 viene inaugurato lo Stadio San Paolo (inizialmente battezzato Stadio del Sole). Per l’occasione, si gioca un Napoli-Juventus d’altri tempi. Davanti a oltre 80mila spettatori stipati nel catino di cemento, gli azzurri battono i bianconeri per 2-1 grazie alle reti di Vitali e di Vinício. È il passaggio di consegne definitivo: il Napoli degli anni Cinquanta saluta il Vomero e prende possesso del tempio in cui, negli anni a venire, si consumeranno i miracoli più grandi della sua storia.
L’eredità degli anni Cinquanta
Se gli anni Quaranta avevano dimostrato la resistenza del popolo napoletano, gli anni Cinquanta ne hanno consacrato l’ambizione. Sotto il segno di Achille Lauro, il Napoli ha smesso di essere una provinciale ed è diventato una “grande” del calcio italiano per potenza economica e seguito di pubblico. Fuorigrotta era pronta, il palcoscenico era allestito: mancava solo il primo trofeo da mettere in bacheca.
Nel prossimo articolo: Gli Anni Sessanta (1960-1969): La prima Coppa Italia vinta dalla Serie B, la presidenza di Corrado Ferlaino e l’arrivo della coppia atomica Sivori-Altafini, prima del grande tradimento.

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