La notte di gloria sognata dalla Scozia contro il Brasile di Carlo Ancelotti si è trasformata in un brusco risveglio. Il 3-0 subito dai sudamericani non è solo un punteggio pesante che appende le speranze mondiali degli scozzesi al sottile filo del ripescaggio tra le migliori terze; è la fotografia di un divario tecnico che pare incolmabile.
Eppure, nel post-partita, l’attenzione si è spostata dal campo alle colonne dei tabloid. Il Telegraph è stato lapidario: “L’unico posto in cui McTominay e la Scozia meritano di andare è a casa”. Una sentenza feroce che trasforma il giocatore più rappresentativo nel simbolo di un fallimento che, a ben guardare, ha radici molto più profonde e collettive.
L’equivoco del fuoriclasse solitario
Scott McTominay sta vivendo il paradosso tipico dei grandi leader in contesti mediocri. Trascinatore emotivo, uomo dei gol pesanti e perno tecnico del centrocampo (come dimostrato anche nel suo impatto con il Napoli), il classe ’96 è finito sotto processo per una prestazione definita “anonima”.
Ma il giornalismo d’oltremanica sembra ignorare una verità tattica elementare: come può un centrocampista, per quanto dominante, incidere se la squadra non costruisce manovra e capitola sistematicamente in difesa? Accusare McTominay significa scambiare l’effetto con la causa. Il centrocampista azzurro sta pagando il prezzo della sua stessa crescita: essendo l’unico in grado di alzare il livello, diventa il bersaglio più facile quando il castello di carte crolla sotto i colpi di avversari di caratura mondiale.
Una rosa corta in un calcio d’élite
Al di là della narrazione epica sulla “Tartan Army”, il verdetto del campo contro il Brasile ha ribadito che la Scozia possiede valori tecnici complessivi piuttosto modesti per palcoscenici di questo tipo. La squadra è apparsa lenta, prevedibile e fragile, incapace di reggere l’urto contro una corazzata organizzata.
Chiedere a McTominay di colmare da solo le lacune strutturali in entrambe le fasi di gioco non è analisi sportiva, è pretesa di un miracolo. La verità è che senza il contributo dell’ex Manchester United, la Scozia probabilmente non sarebbe nemmeno arrivata ai Mondiali. Liquidare il suo valore oggi, dopo una sconfitta contro il Brasile di Ancelotti, appare più come una strategia per generare titoli facili che una critica lucida su una nazionale che, al netto del cuore, fatica a produrre qualità diffusa.

